Sonetti anonimi

Intorno al 1786 Wolfango Goethe, interessandosi ai canti romaneschi, scriveva:

il canto con cui il popolo romano ama intrattenersi è una specie di canto fermo con passaggi di tono che non si possono trascrivere graficamente. Esso abitualmente risuona all’ora del tramonto e a notte avanzata… Appena il popolo si sente libero si rallegra con questa musica… Una fanciulla che apre la sua finestra, un carrettiere che passa con il suo carretto, un operaio che esce di casa o torna dal suo lavoro; tutti emettono questo canto.

Esso è chiamato dal popolo genericamente Sonetto.

In sostanza si tratta di una melodia nata in Roma dove si è mantenuta senza cambiamenti essenziali e si può affermare che è l’unica che rappresenti incorrotta l’espressione del popolo romano. Questo canto, sussiste ancora ai nostri giorni e lo risentiamo per bocca degli improvvisatori come a suo tempo lo sentiva Goethe.

Qui di seguito, enumererò alcuni di questi sonetti tutti di autori anonimi (il popolo romano nel suo insieme).

SONETTO (autore anonimo del ‘300).

Bella quanno te fece mamma tua credo che stiede un anno in ginocchione
Eppoi se messe l’angeli a pregane bella t’avesse fatta come er sole.
Poi te mannò da Cupido a imparane e l’imparassi li versi d’amore.
E quanno cominciassi a compitane venissi o bella e m’arubbassi er core.
Bella fatte chiamà che bella sei tutto sto monno innamorato l’hai
Faressi innamorà pure li Dei pé queste gran bellezze che tu ciai.
Quanno nascessi tu nasceva er sole, la luna se fermò de camminane
Le stelle se cambiorno de colore quanno nascessi tu nacque l’amore.
Sette bellezze cià d’avè la donna, prima che bella se possi chiamane.
Arta d’evesse senza la pianella, e bianca, e rossa senza l’allisciane
La bocca piccolina e l’occhio bello, graziosetta dev’esse ner parlane;
Larga de spalle e stretta in cinturella quella se po’ chiamà ‘na donna bella.
Larga de petto e stretta de cintura quella è ‘na donna bella pè natura.

SONETTO (anonimo).

Io de sospiri, te ne manno tanti pé quante foje smoveno li venti.
Pé quante foje smoveno li venti pé quanti in paradiso ce sò santi
Tu me disprezzi io me ce accoro Lampena d’oro me fai morì.
Si lo sospiro avessi la parola che bell’ambasciatore che saria
Che bell’ambasciatore che saria a lo mio amore manneria la nova.
Tu me disprezzi io me ce accoro Lampena d’oro me fai morì.
Me sa mill’anni che se faccia notte pé vede lo mi amore da sta parte
Pé vede lo mi amore da sta parte cusì je posso dà la bona notte.
Tu me disprezzi io me ce accoroLampena d’oro me fai morì.

SONETTO (Anonimo). Mesto canto romano di una monachina rinchiusa in convento per colpa d’amore.

Ero avvezza d’andare alla messa ‘compagnata dai miei amatori
Se ne accorsero i miei genitori monachella mi fecero fa.
Giovanotti piangete piangete m’han tagliato i miei biondi capelli
Eran ricci eran lunghi eran belli giovanotti piagnete per me.

E’ forse del tempo dei crociati una vecchia canzone militare francese nella quale si cantavano le gesta e la morte sul campo di un tal Malbrough eroe leggendario ribattezzato dal popolo romano Marbrucche che la cantava così :

Marbrucche va a la guerra mironton, mironton, mironton,
Marbrucche va a la guerra ma non so se tornerà.
Farà ritorno a Pasqua mironton, mironton, mironton,
Farà ritorno a Pasqua ma lui nun ce lo sa.

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Roma non basta una vita

Questo celebre detto ha fatto epoca perché esprime un concetto profondo e una realtà diffusa. Non per nulla tanti romani, anche di famiglia romana, non conoscono bene la loro città.

Anche chi ha studiato professionalmente Roma per decenni alcune volte si orizzonta sui ricordi trasmessigli dai nonni, che alla fine dell’800 avevano vissuto il trapasso dalla Roma papalina a quella dei piemontesi e che a loro volta, avevano ascoltato i racconti dei nonni magari arrivati a Roma dalla Provincia sotto il sovrano-Pontefice Pio IX. All’inizio di una visita breve o lunga che sia, (e non si tratti di quella delle 24/48 ore fatta  da tanti turisti , che,  in questo lasso di tempo vogliono vedere quello che già conoscono attraverso giornali, TV, cd rom), è necessaria una riflessione.

Nel panorama della storia mondiale della città, Roma costituisce un caso a sé stante, con i suoi 34 secoli d’ininterrotta storia urbana. Durante questo periodo non è esistita una sola città, bensì si sono susseguite tre distinte città (quella Antica, quella Cristiana, la terza Roma capitale italiana).

Queste tre Roma  sono state del tutto diverse tra loro, anche se il preesistente ha sempre condizionato il nuovo, ovvero la città morta ha sempre abbracciato quella viva. In questo senso il turista motivato, può progettare più visite differenziate per vedere le singole opere d’arte nel contesto spazio-temporale delle tre diverse Roma.

Già nel 1786 un geniale turista Johann Wolfang Goethe, aveva compreso che bisognava discernere come Roma sia succeduta a Roma, e non soltanto la nuova sopra l’antica, ma le varie epoche della nuova e dell’antica l’una sull’altra, (da Viaggio in Italia); e, sempre ricordando che dai tempi di Costantino fino al primo Novecento è stata la città del riuso, del restauro, del rifacimento in stile, e, della vera e propria falsificazione.

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Per saperne di più su Roma

ROMA: qualche nota per il visitatore distratto.

Capitale d’Italia e sede del governo nonché del capo dello stato; Ospita nel suo interno lo stato della città del Vaticano, il gran magistero dell’ordine di Malta e la Fao. Il territorio del comune è il più vasto d’italia con i suoi circa 1309 kmq ed è suddivisa in 22 Rioni, 35 Quartieri di cui 2 marini, 6 suburbi e varie zone dell’agro romano. L’altitudine della città varia tra i 13 m di piazza del Phantheon ed i 141 m s.l.m. dell’osservatorio di Monte Mario, il Campidoglio è a 38 m s.l.m. l’isola Tiberina a 16 m, il Quirinale a 47, il Pincio ed il Palatino a 51, Porta Pia a 64; questo spiega l’andamento ondulatorio di molte strade cittadine. I famosi sette colli oggigiorno sono molti di più.

I simboli di Roma

Lo stemma comunale romano rievoca l’antica storia cittadina. I colori, fondo porpora e l’oro della lettere, sono i colori dell’Impero. La sigla SPQR (Senatus populusque romanus) richiame gli elementi aristocratici e popolari dai quali scaturì l’istituzione repubblicana, la crocetta bizantina caratterizza la civiltà cristiana che a Roma ha il suo fondamento.
Lo stemma di Roma risale alla fine del Duecento. Il gonfalone adottato nel primo medioevo deriva direttamente dai vessilli dell’antica Roma.

La bandiera

Dopo il 1870 anche Roma, come tutti i comuni d’Italia, ricevette la bandiera costituita da due fasce, porpora ed oro, sormontate dallo stemma anch’esso porpora ed oro. Animale araldico della città è la lupa romana che ne Rinascimento fu preferita al leone in auge fino a tutto il Medioevo.

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Piermatteo d’Amelia

Piermatteo di Manfredo, nato ad Amelia intorno al 1448 e morto dopo il 1506, era rimasto confinato nella vasta schiera dei pittori senza opere. La geniale intuizione di Federico Zeri (1953), venne confermata nel 1985 dal felice ritrovamento del contratto di commissione della pala dei francescani, dipinta per la chiesa di San Francesco e oggi conservata nel Centro Arti Opificio Siri di Terni. Il progetto espositivo, curato da Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini, si configura come tappa ulteriore di un pluriennale piano di valorizzazione dell’Arte Umbra avviato nel 2004 con la mostra su Perugino e proseguito nel 2008 con la Mostra su Pinturicchio; a questi artisti sono state dedicate due grandi rassegne monografiche, entrambe allestite nelle sale monumentali della Galleria Nazionale dell’Umbria. Formatosi tra il 1467 e il 1469 accanto a Filippo Lippi in quegli anni attivo nel Duomo di Spoleto, Piermatteo dopo la morte di fra Filippo (1469), seguì a Firenze fra Diamante, il principale collaboratore del pittore Carmelitano. Nella città toscana entrò in contatto con l’operosa bottega del Verrocchio. Subito dopo si pose a fianco del Perugino con il quale lavorò nella Cappella Sistina (1480-1481), progettando la decorazione della volta e partecipando, assieme al Pinturicchio, all’esecuzione di alcune parti figurate come il viaggio di Mosè e la Circoncisione. Da questo momento la presenza di Piermatteo a Roma assunse il carattere di continuità. Non mancarono, tuttavia, viaggi in Umbria per soddisfare committenti autorevoli come l’Opera del Duomo Di Orvieto (1480-1481), gli agostiniani, sempre di Orvieto (1482), e i francescani di Terni (1483). È in questa fase che il pittore amerino si avvicinò all’arte di Antoniazzo Romano, lo si vede, per esempio, nel polittico di Orvieto, oggi diviso tra Berlino, Altenburg e Philadelphia, dove “l’impianto apertamente monumentale con cui sono costruiti i sei personaggi sacri principali contro l’oro, sono una rielaborazione, sia pure intelligente ma quanto mai palmare, dello stile che Antoniazzo aveva inaugurato sin dal 1480 circa” (Zeri).  Con l’elevazione di Alessandro VI al soglio pontificio, Piermatteo (1493), oltre a ottenere titoli e privilegi,  venne coinvolto nella decorazione, purtroppo perduta, di alcune Stanze dell’Appartamento Borgia.

Da Le grandi mostre Umbria

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Canzone romana

Intorno al 1786 Wolfango Goethe, interessandosi ai canti romaneschi, scriveva: “il canto con cui il popolo romano ama intrattenersi è una specie di canto fermo con passaggi di tono che non si possono trascrivere graficamente. Esso abitualmente risuona all’ora del tramonto e a notte avanzata… Appena il popolo si sente libero si rallegra con questa musica… Una fanciulla che apre la sua finestra, un carrettiere che passa con il suo carretto, un operaio che esce di casa o torna dal suo lavoro; tutti emettono questo canto “. Esso è chiamato dal popolo genericamente Sonetto.

In sostanza si tratta di una melodia nata in Roma dove “si è mantenuta senza cambiamenti essenziali e si può affermare che è l’unica ce rappresenti incorrotta l’espressione del popolo romano”.

Questo canto, sussiste ancora ai nostri giorni e lo risentiamo per bocca degli improvvisatori come a suo tempo lo sentiva Goethe.

Qui di seguito, enumererò alcuni di questi SONETTI tutti di autori anonimi (il popolo romano nel suo insieme).

S O N E T T O  (autore anonimo del ‘300).

Bella quanno te fece mamma tua Credo che stiede un anno in ginocchioneEppoi se messe l’angeli a pregane bella t’avesse fatta come er sole.
Poi te mannò da Cupido a imparane e l’imparassi li versi d’amore.
E quanno cominciassi a compitane venissi o bella e m’arubbassi er core.
Bella fatte chiamà che bella sei tutto sto monno innamorato l’hai
Faressi  innamorà pure li Dei pé queste gran bellezze che tu ciai.
Quanno nascessi tu nasceva er sole la luna se fermò de camminane
Le stelle se cambiorno de colore quanno nascessi tu nacque l’amore.
Sette bellezze cià d’avè la donna, prima che bella se possi chiamane
Arta d’evesse senza la pianella, e bianca, e rossa senza l’allisciane
La bocca piccolina e l’occhio bello, graziosetta dev’esse ner parlane;
Larga de spalle e stretta in cinturella quella se po’ chiamà ‘na donna bella.
Larga de petto e stretta de cintura quella è ‘na donna bella pè natura.

SONETTO (Anonimo).

Io de sospiri, te ne manno tanti pé quante foje smoveno li venti
Pé quante foje smoveno li venti pé quanti in paradiso ce sò santi.
Tu me disprezzi io me ce accoro
Lampena d’oro me fai morì.
Si lo sospiro avessi la parola che bell’ambasciatore che saria
Che bell’ambasciatore che saria a lo mio amore manneria la nova.
Tu me disprezzi io me ce accoro
Lampena d’oro me fai morì.
Me sa mill’anni che se faccia notte pé vede lo mi amore da sta parte
Pé vede lo mi amore da sta parte cusì je posso dà la bona notte.
Tu me disprezzi io me ce accoro
Lampena d’oro me fai morì.

SONETTO (Anonimo). (mesto canto romano di una monachina rinchiusa in convento per colpa d’amore).

Ero avvezza d’andare alla messa ‘compagnata dai miei amatori
Se ne accorsero i miei genitori monachella mi fecero fa.
Giovanotti piangete piangete m’han tagliato i miei biondi capelli
Eran ricci eran lunghi eran belli giovanotti piagnete per me.
E’ forse del tempo dei crociati una vecchia canzone militare francese nella quale si cantavano le gesta e la morte sul campo di un tal Malbrough eroe leggendario ribattezzato dal popolo romano Marbrucche che la cantava così :
Marbrucche va a la guerra mironton, mironton, mironton
Marbrucche va a la guerra ma non so se tornerà.
Farà ritorno a Pasqua mironton, mironton, mironton
Farà ritorno a Pasqua ma lui nun ce lo sa.

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